Video e articolo – Il Potere della Comunicazione

il potere della comunicazione 1

Il Potere della Comunicazione. Video didattico gratuito di formazione aziendale per la comunicazione professionale, a cura di: Dr. Daniele Trevisani

  • Ci sono persone la cui capacità di comunicazione e persuasione ha cambiato la storia del pianeta. Non i loro soldi, non i loro beni materiali, ma la loro capacità di comunicazione allo stato puro. Persone partite dal nulla.
  • In qualsiasi ambiente umano, interpersonale, turistico, commerciale, lavorativo, sociale, le persone ricevono flussi di comunicazione 1) da parte degli ambienti e 2) da parte delle persone.

Immaginiamo questo flusso come una somma di segnali di fiducia o segnali di sfiducia. Il bilancio tra i due determina il successo della comunicazione. E spesso si tratta di dettagli estremamente sottili che sfuggono al controllo consapevole ma non alla percezione subliminale del ricevente.

  1. Le persone accettano solo messaggi che non si infrangono contro la loro barriera di credenze e valori radicati.
  2. I codici comunicativi usati devono riuscire a penetrare questa barriera.
  3. Occorre una grande capacità di adattamento e ricerca del codice comunicativo giusto per i target. Entrare in relazione con i bisogni del target determina il successo della comunicazione.
  4. La fiducia dipende dai segnali deboli che emettiamo a livello personale. La risonanza dei segnali deboli si amplifica all’intera persona e all’intera organizzazione e gruppo a cui questa persona viene associata.
  5. La cura persona e l’immagine che arrivano al cliente dipendono da “scelte” e non sono frutto del caso. Dipendono da “attenzioni” e non sono frutto del caso. Queste attenzioni devono passare dalle “regole preconfezionate” ad una forma di “sensibilità personale aumentata”

In questo mondo noi abbiamo un compito particolare, renderci conto che possiamo trasmettere messaggi che alimentano fiducia anziché distruggerla, formare le persone sulla comunicazione, non dare per scontato che le persone automaticamente siano dotati di competenze comunicative ottimali.

Anzi, spesso queste capacità comunicative, così forti nel bambino, si degradano e di deteriorano con il passare del tempo, sino ad arrivare ad adulti incapaci di esprimere veramente emozioni o messaggi chiari, e persino incapaci di dialogare con se stessi.

Esprimere professionalità significa comunicare passione e non essere freddi, al contrario di tutto quello che finora avete sentito dire. Le persone fredde non sentono niente o non lo dimostrano e nessuno vuole avere a che fare con una persona a cui di te non frega niente, tu stesso non lo vuoi, o no?

La reputazione si costruisce sulla base della difesa della parola, la difesa dei valori in cui crediamo, la difesa delle credenze positive che possono aiutare veramente le persone.

(c) Dr. Daniele Trevisani, http://www.danieletrevisani.com Formazione Avanzata e Ricerca

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Mosse conversazionali e difficoltà nel dialogo interpersonale

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Articolo Copyright. Estratto dal volume Negoziazione Interculturale, di Daniele Trevisanihttp://www.studiotrevisani.ithttp://www.danieletrevisani.com

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La negoziazione interpersonale è un fenomeno pervasivo e quotidiano. Vediamone un caso: due fidanzati conversano tra loro, sognano romanticamente il loro matrimonio e famiglia futura, e dialogano su come vorrebbero i figli (maschi o femmine, biondi o mori, alti o bassi), quando farli (subito, presto, tardi), come vivere, dove poter abitare (paese, città, periferia, campagna, mare).
Questo lato superficiale della comunicazione è ciò che un osservatore noterebbe. Ma un osservatore più attento riuscirebbe a cogliere anche che i due stanno inconsapevolmente negoziando il formato del loro prossimo matrimonio, stanno confrontando le rispettive visioni su quale sia l’età in cui è giusto fare i figli. Piano piano emergerà il tema delicato su chi deve fare le rinunce di carriera, quali sono le rinunce, i problemi da superare.
Ovviamente, non lo faranno a tavolino di fronte ad un computer, ma una dimensione negoziale – anche se latente – è evidente.

Vediamo la seguente conversazione tra due fidanzati , uomo (U) e donna (D):
U1: Sto proprio bene con te
D1: Anch’io veramente… io mi chiedevo …insomma, mi viene da pensare… ogni tanto penso ci penso a fare dei figli…
U2: Sarebbe bello, ma chi si azzarda a mettere al mondo figli di questi tempi? Lo sai che voglio stare con te, ma il lavoro oggi non è più sicuro, c’è aria di crisi, oggi se non lavori in due non ce la fai, io non voglio far crescere degli infelici, per fare figli ci vuole qualche certezza.
D2: Si, è vero, ma io ci terrei tanto e vorrei che fossi tu il padre dei miei figli. Lo vuoi anche tu?
U3: Ma te l’ho già detto, non è che non voglio, è che non mi sento pronto
D3: Giri sempre attorno alla faccenda, ti sentirai pronto quando avremo 70 anni, è così che vuoi che vada a finire?
U4: Ma senti, perché non parliamo di qualcos’altro, era tanto un bel momento e tu lo stai rovinando… fai così tutte le volte…
D4: Io lo sto rovinando? Possibile che tutte le volte che voglio parlare di quel discorso tu scappi? Io ti dico la verità, ti sento distante, tu stai facendo i tuoi comodi ma sotto-sotto sei solo un bambinone – e infatti quando litighiamo scappi dalla mamma – bella roba, quand’è che ti decidi a crescere?
U5: Ma si può sapere cos’hai? Ogni volta che stiamo bene assieme inizi a trovare qualche scusa per litigare, ma ti da fastidio stare bene? Sei un pò sclerotica…
D5: Sclerotica lo vai a dire a tua sorella!!!

Notiamo immediatamente:
(1) l’avvio di una spirale conversazionale negativa;
(2) una diversità di posizioni di partenza: il ragazzo non vuole fare figli presto, la ragazza è più orientata per tempi rapidi;
(3) un diverso orientamento di filosofia della vita: pianificare il futuro vs. sentire il momento;
(4) un linguaggio diverso: dati e fatti vs. emozioni;
(5) una diversa dominanza cerebrale: analisi emotiva per la donna, analisi razionale per l’uomo. Non importa che l’analisi del ragazzo risulti sbagliata o corretta, quello che conta è evidenziare che l’approccio mentale al problema “quando fare figli” è in lui essenzialmente analitico;
(6) una tendenza dilazionatoria (ragazzo) e una tendenza alla chiusura (concretizzazione negoziale della ragazza: “lo vuoi anche tu?”);
(7) il procedere delle mosse della spirale conversazionale negativa, in cui ciascuna mossa conversazionale rinforza progressivamente il conflitto, passando da una conversazione estatica ad un conflitto aperto.
Se queste persone vogliono avere un futuro assieme, è probabile che debbano molto lavorare sul proprio rapporto e apprendere ad utilizzare una modalità conversazionale più consapevole: come e dove trattare certi argomenti, come accorgersi che sta nascendo il conflitto, come disinnescarlo e affrontare i problemi con reale efficacia.
Tra persone, così come in azienda, esiste una dimensione negoziale apparente, formalizzata, ritualizzato, e una latente, pervasiva, onnipresente, sottile. Per la coppia, quando questa dimensione latente non viene colta, i due possono ritrovarsi dopo diversi anni in un clima d’inferno, e lanciarsi in una sequenza di accuse reciproche sull’essere – ciascuno per l’altro – la fonte della propria infelicità.

Principio 11 – Riconoscimento della negoziazione latente
Il successo della comunicazione negoziale dipende:
dal riconoscimento della dimensione negoziale (riconoscere che – di fatto – stiamo negoziando);
dalla volontà di riappropriarsi della scelta di momento e luogo (setting) della negoziazione, decidere il setting più appropriato (locus-of-control del setting negoziale).

Esercitazione di negoziazione interpersonale
Avviare un Role-Playing (RP) di simulazione della situazione sopra evidenziata (dialogo tra fidanzato e fidanzata).
Nel RP la donna farà emergere, ad un certo punto, le diversità di visione tra i due soggetti (emersione delle diversità): “da come parli, mi sembra che tra me e te ci siano delle diversità di fondo e ne vorrei parlare…..” (segue esposizione della propria percezione e invito a mettere sul tavolo le proprie diversità e confrontarsi su queste).
Dovranno essere prodotti diversi RP.
Nel primo RP il ragazzo reagirà con un distanziamento (“non adesso, non ho voglia, baciamoci…” e altre elusioni e comportamenti di fuga), che la ragazza accetterà (accettazione del comportamento negoziale del ragazzo).
Nel secondo RP dovrà essere costretto a scendere sull’arena negoziale, avviando una esplicitazione delle diverse concezioni del mondo e del futuro.
Nel terzo RP la ragazza dovrà utilizzare forti tecniche di chiusura (intesa come concretizzazione negoziale) sino a costringere il ragazzo “all’angolo” e far emergere le sue vere intenzioni (o, al massimo, l’assenza di vere intenzioni).

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Articolo Copyright. Estratto dal volume Negoziazione Interculturale, di Daniele Trevisanihttp://www.studiotrevisani.ithttp://www.danieletrevisani.com

L’acquario comunicativo

metafora dell'acquario comunicativoAnimals 1, comunicazionemetafora dell'acquario comunicativo

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Una matrice che ti aiuta a comprendere gli effetti comunicativi. Che tipo di comunicazione pratichi di solito? Che messaggi “subisci”? Quali effetti provochi?

I due fronti della Comunicazione, emissione e ricezione, possono essere combinati con tre tipi fondamentali di effetti: effetti negativi per chi li riceve, effetti neutri, effetti positivi.

Ognuno di noi abita in un certo “acquario comunicativo”, dove predomina un certo tipo di colore dell’acqua, e possiamo valutare anche se l’acqua sia o meno pura, e vi siano cascate o acqua stagnante.

Se abiti in un acquario comunicativo in cui i messaggi che ricevi sono prevalentemente negativi, e non ti sai schermare, presto ti intossicherai.

Se ricevi messaggi buoni, messaggi che aiutano, devi imparare ad aprirti ad essi, altrimenti finiranno nel gruppo due, messaggi che scivolano via come l’acqua su un tetto.

Le tue comunicazioni sono altrettanto importanti. Esse possono fare bene a chi le riceve (relazioni di aiuto), o essere sostanzialmente indifferenti come effetto (dispersione di energie comunicative), o avere scopo distruttivo, far star male le persone, volontariamente o involontariamente.

Chiediti sempre in che acquario comunicativo sei. Cerca di prendere boccate d’ossigeno, più boccate d’ossigeno prendi più diventi lucido e cosciente di dove sei e di quali messaggi ti arrivano, e di quali messaggi invii tu, e che effetto producono.

Quanti pesci hanno la fortuna di salire su un pallone aerostatico e osservare dall’alto se stessi? Capire se stanno nuotando in un fiume, in uno stagno, o in un oceano, e vedere quanto è o meno inquinata l’acqua in cui nuotano? Noi, questa consapevolezza, la vogliamo cercare attivamente..

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Cinque principi basilari per chi opera nelle vendite complesse

I tanti perché di un approccio consulenziale nella vendita e nella negoziazionenegoziazionevendite complesse

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Quali sfide nasconde una negoziazione complessa? E come affrontarle? Cosa differenzia una vendita consulenziale da una vendita semplice? Quali strumenti possiamo apprendere e mettere in campo?

Imprese e organizzazioni si trovano sempre più spesso nella condizione di condurre negoziati strategici di business o politici, trovare accordi di partnership o di fornitura, impostare piani e progetti complessi. La vendita consulenziale e la negoziazione complessa non riguardano solo il business. Anche “vendere un’idea” richiede doti di vendita e negoziazione, in qualsiasi campo applicativo.

Esaminiamo di seguito alcuni principi fondamentali che ci aiutano a ricentrare ciò che davvero conta nelle vendite complesse e nelle negoziazioni.

  • 1 Principio del Battle Rhythm

consiste nel tenere un “ritmo di battaglia” nella vendita, un contatto cadenzato e incalzante sulle operazioni di vendita in corso, senza aprire troppi cantieri di vendita con il rischio di concluderne pochi o nessuno.

Nello specifico:

  1. Le attività di vendita vanno inquadrate in specifiche campagne e progetti, non lasciate al buon senso individuale o gestite come “progetti vaghi”.
  2. Le buone intenzioni vanno trasformate in buone operazioni, seguendo un concetto di “qualità totale” nella vendita e di Eccellenza Operativa, dove nulla di ciò che conta viene lasciato al caso.
  3. Ogni campagna e ogni progetto hanno responsabilità personali ben identificate, ruoli chiari e non confusi, team dedicati o persone dedicate, obiettivi ben inquadrati.
  4. Le cadenze di operazioni e contatti devono tenere “caldo” il progetto senza mai lasciarlo raffreddare, e portarlo sino alla conclusione.
  5. Ogni linea di vendita va portata avanti sino alla chiusura, sia essa positiva o negativa, e non può essere lasciata aperta a tempo indeterminato.
  6. Le energie vanno focalizzate e non disperse. Pertanto, non esiste una vendita generica ma l’organizzazione di progetti di vendita.
  7. Non esiste un flusso di attività indistinto ma una sequenza organizzata di operazioni (Operations) che vogliono produrre un determinato effetto (Effects-Based Operations).
  8. Le attività svolte entro ciascuna linea di vendita – telefonate, incontri interlocutori, mail, presentazioni, incontri tecnici, commerciali, negoziazioni, visite, pranzi, prove, ispezioni, dimostrazioni, etc. – sono tutte importanti, nessuna esclusa, e vanno sincronizzate tra di loro (principio della sincronizzazione operativa).
  9. Dobbiamo distinguere azioni che preparano il terreno dalle azioni di chiusura, seguire tra esse un principio di Catena degli effetti a cascata (una azione prepara la successiva), che prevede un buon coordinamento tra le varie azioni nella linea di vendita.
  10. Le varie azioni devono essere tra loro coordinate in una matrice globale – Effects Synchronization Matrix – che evidenzia graficamente e in tabelle comprensibili chi fa cosa e quando, e come sono tra di loro collegate le varie operazioni.
  • 2 Principio della distinzione tra ascolto e persuasione

La tecnica della vendita avanzata evolve verso una dinamica di rapporto sempre più consulenziale, dove diventa fondamentale la diagnosi (ascoltare e capire) prima ancora della persuasione pura (esprimersi e convincere).

La complessità dei mercati e degli scenari ci obbliga a sviluppare le capacità di essere attenti ed empatici (capire l’altro), condurre diagnosi del cliente, dell’interlocutore, della situazione.

Questo produce un forte cambio di paradigma, dove prima erano fondamentali le capacità espressive (parlare), diventano essenziali le competenze di ascolto, di diagnosi (saper ascoltare, capire), e quindi le competenze progettuali (studiare e costruire soluzioni basate sulla diagnosi).

Sapere di avere buona capacità di analisi inoltre aumenta la sicurezza nella fase di comunicazione e produce un’immagine di maggiore autorevolezza e assertività. Questo si traduce in un forte incremento della capacità comunicativa e negoziale.

Tutto ciò non è semplice. Ma non è ancora abbastanza.

  • 3 Principio dello stretching comunicazionale e rottura dell’incomunicabilità

In una negoziazione avanzata troviamo tutte le difficoltà, i limiti e le barriere date dall’incomunicabilità umana, amplificate dalle barriere culturali e organizzative, dalle abitudini stratificate, dagli stereotipi, e da interessi contrapposti che spesso sembrano antagonistici, uno contro l’altro. Rompere questo circolo vizioso è un principio basilare.

Una regola fondamentale della vendita complessa è il bisogno di trovare il “Common Ground”, i valori e principi condivisi, sui quali costruire i piani successivi. Ad esempio, chiarire che per entrambe le parti sia importante non solo il prodotto ma l’affidabilità reciproca.

Dobbiamo anche considerare che esiste quasi sempre una componente “interculturale” nel fare vendita e negoziazione ad alti livelli: le persone che interagiscono tra loro hanno culture diverse e regole implicite diverse (anche entro la stessa nazione), ed ancora maggiormente quando si rapportano tra loro manager di nazioni diverse. Questo complica il quadro.

La vendita consulenziale e la negoziazione sono tra le attività più complesse e impegnative svolte dall’essere umano. Durante una interazione di vendita o una negoziazione possiamo assistere ad un incontro tra mondi mentali distanti, culture diverse, stili linguistici e manageriali antitetici, differenti psicologie, scontri tra strategie e tattiche comportamentali, e spesso – ad un livello profondo – la collisione tra visioni del mondo contrastanti, accompagnata da forte incomunicabilità.

Lo stretching comunicazionale permette alle persone che svolgono vendita e negoziazione di diventare più flessibili dal punto di vista comunicativo, saper utilizzare un linguaggio “tecnico” quando serve, e in altri momenti un linguaggio più “manageriale”, ed in altri ancora uno più “umanistico e valoriale”.

Vendere in America Latina, il giorno dopo in Germania, e la settimana successiva in Giappone, non richiede solo un aggiustamento di fuso orario, ma anche di “registro comunicativo”. Passare da un incontro con un dirigente del marketing ad un incontro con il responsabile della produzione, entro la stessa azienda-cliente, richiede ancora una volta una capacità di cambiare rapidamente stili comunicativi e sintonizzarsi su una “modalità di ricezione” adeguata ad interlocutori diversi. Questo ancora maggiormente se più interlocutori diversi tra loro sono presenti entro la stessa stanza.

  • 4 Principio della formazione permanente

Esistono enormi bisogni di crescita professionale e formazione in chi opera seriamente nella vendita e nella negoziazione.

I contributi (libri, corsi) disponibili sul mercato sono condotti prevalentemente in modo semplicistico, puntano ad un lettore/partecipante che si presume sostanzialmente abbastanza stupido, poco consapevole, da ammaestrare, bisognoso solo di strutture preconfezionate in cui essere impacchettati, regole da un minuto valide con tutti, scorciatoie per imbonire un soggetto-cliente che si presuppone manipolabile o sciocco, tutto il contrario di quanto sappiamo essere utile nella vita reale.

La nostra visione è invece quella di un professionista della negoziazione che dobbiamo preparare a gestire incontri con persone di alto livello, per nulla facili da persuadere o da gestire tramite trucchetti.

Questo evidenzia la necessità per il venditore di crescere sul piano prima di tutto personale, morale e culturale, entro una palestra di vita e professionale dalle enormi opportunità, offerta dalla vendita complessa e dalla negoziazione avanzata.

Per farlo, servono strumenti sul Potenziale Umano e non solo un addestramento alla vendita cieca e standardizzata. L’accademia e la ricerca universitaria non aiutano, come dicevamo, snobbando il tema della vendita e della negoziazione, disinteressandosi a quello che è in realtà un enorme laboratorio di scienze della comunicazione, di sperimentazione sulle dinamiche comunicative, e di formazione.

Possiamo allora cercare luce nella manualistica professionale, ma la maggior parte della letteratura e della formazione sulla vendita e negoziazione (nel mainstream, la tendenza dominante) punta a ridurre i fattori di complessità (a nasconderli, a non esaminarli, perché troppo difficili) e questo si traduce nel proporre formulette semplici – “one minute” “fast and easy” – pericolose.

Ma la realtà è complessa, la vendita e la negoziazione sono complesse, la psicologia umana è complessa.

Provate a sostituire un fornitore strategico, e si scatenerà una guerra contro di voi. In termini di comunicazione interpersonale, proverete sulla vostra pelle quanto vi sia completamente inutile accavallare la gamba quando il buyer la accavalla (e altre regole di cosiddetto “rispecchiamento”), o altre bugie semplicistiche come queste, che vengono insegnate in molti corsi di vendita.

Muoversi all’interno di questo ambiente è una sfida per ogni professionista. Gestire una vendita e una negoziazione richiede competenze multi-variate, che provengono da tante discipline diverse e convergono poi in un unico momento: il momento della verità, l’incontro umano, la trattativa, i messaggi reali che ci si scambiano le persone, le conversazioni con il cliente, in azienda, al ristorante, e in ogni momento di verità e vita vissuta.

  • 5 Principio della crescita del Potenziale Umano e crescita personale nella vendita

Non è sufficiente vendere di più (le vendite possono essere in crescita anche per altri fattori, congiuntura favorevole e fattori che non dipendono dal venditore). Ciò che a noi interessa è l’atteggiamento di professionalità, le vendite in cui il risultato è dovuto alla propria preparazione, una conseguenza del fatto di migliorarsi come persone. Ci interessano le vendite nelle quali la persona si esprime e non quelle “facili”, in cui non si può capire quanto valore aggiunto è stato portato dalla persona e quanto sia il suo reale contributo.

Nel terreno professionale della vendita e negoziazione troviamo enormi potenziali di ricerca sullo sviluppo umano e organizzativo.

La vendita consulenziale tocca da vicino il tema del Potenziale Umano e dello Sviluppo Personale – poiché ogni progetto andato a buon fine richiede che l’essere umano che lo conduce funzioni al pieno del suo potenziale, libero da blocchi psicologici e condizionamenti culturali, con un corpo che lo aiuti e non lo freni, e un team che operi in modo affiatato e trovi coesione e comunicabilità interna. Questi risultati sono decisamente importanti sotto il piano del potenziale umano in azione.

La vendita complessa tocca anche, anzi, si compenetra e avvinghia, nei temi di sviluppo organizzativo – poiché una vendita di successo, una negoziazione produttiva – sono il successo di un cantiere di lavoro, un laboratorio di progettazione e azione, entro un teatro di azione che impegna interi team e a volte intere aziende in un unico sforzo congiunto.

Il principio del Potenziale Umano chiede a chi si occupa di vendita una attenzione particolare alla coltivazione del proprio livello di forma fisica e mentale, di preparazione e di spessore morale, e non solo risultati a fine trimestre.

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Articolo Copyright. Estratto dal volume Strategic Selling, di Daniele Trevisanihttp://www.studiotrevisani.ithttp://www.danieletrevisani.com

Le vendite non sono frutto del destino: formarsi alla comunicazione come leva strategica dello sviluppo

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Gli esseri umani viventi, che parlano e agiscono nella vita reale, comunicano più “forte” degli spot e di qualsiasi brochure. E soprattutto, alle pubblicità non crediamo più, a quello che vediamo, sentiamo e tocchiamo con i nostri sensi, si.

Se solo questa verità fosse accettata per quello che è nelle aziende si farebbe molta, molta, molta più formazione alle Persone, o quantomeno verrebber speso in formazione, almeno, e dico almeno, la stessa cifra che si spende in pubblicità e promozioni. (Daniele Trevisani)

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Il face-to-face è una dimensione fondamentale del Business, assolutamente trascurata per importanza e per budget ad essi dedicati, in rapporto alla spesa in promozione, advertising e pubblicità classici.

Se confrontiamo quanto budget le imprese dedicano alla pubblicità, e quando alla formazione del personale, alla formazione delle Persone, per il face-to-face, notiamo una sproporzione enorme.

Molte imprese dedicano alla crescita delle competenze di comunicazione interpersonale dei propri collaboratori una cifra pari a zero. Altre lo fanno solo con i residui di bilancio, se qualcosa avanza.

E questo equivale a depotenziare e impoverire il capitale umano dell’azienda.

La confusione tra comunicazione pubblicitaria e comunicazione interpersonale è un errore di cui si pagano le conseguenze. In ogni trattativa, in ogni messaggio via email, in ogni telefonata sbagliata, in ogni presentazione poco efficace, le lacune di formazione si trasformano in una sindrome di sconto su sconto, perdita di potere negoziale, perdita di trattative, perdita di clienti veri, perdita di senso di efficacia personale.

Queste micro-perdite sono tanto dannose quanto poco capite dalle imprese, che le metabolizzano male, additandole come “frutto del destino” o della concorrenza agguerrita, o della congiuntura. No. Spesso la questione va ricercata nella preparazione e formazione adeguata, che mancano.

La maggior parte delle aziende svolge affari con altre aziende e non ha un consumatore finale (end-user) colpibile con messaggi pubblicitari classici. E, tuttavia, le imprese si ostinano a cadere nel tranello delle tentazioni pubblicitarie, e a distogliere budget dalla preparazione delle persone verso spot e altre forme mediate. Gli affari veri, negli incontri veri, nelle trattative che contano, li conducono le persone, e queste vanno preparate.

Riportare i budget dal fronte pubblicitario alla formazione di chi comunica tutti i giorni, è un dovere di ogni amministratore più consapevole del fatto che oggi, nel mondo dell’impresa, la differenza la fanno le persone.

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Comunicazione assertiva: dirigere con rispetto degli altri e di sè

La comunicazione assertiva e lo sviluppo dell’assertività per la leadership

© Tutto il materiale citato in questo articolo è copyright Studio Trevisani, e non può essere utilizzato senza autorizzazione scritta.

Ogni manager si rapporta quotidianamente con colleghi e collaboratori. Durante questi momenti di interazione possono prevalere la passività, l’aggressività, o l’assertività.

Il comportamento assertivo ha la proprietà di saper mantenere i rapporti all’interno di confini di efficacia, evitando sia i momenti di passività inutile, che i comportamenti di aggressività gratuita e immotivata.

  • L’aggressività non è in genere positiva, ma vi sono situazioni in cui bisogna sapersi imporre, entro i limiti di un comportamento professionale.
  • Qualora predomini il comportamento aggressivo, è importante saper reindirizzare le energie verso comportamenti che provochino minori tensioni e frizioni nei rapporti interpersonali.
  • Qualora predomini il comportamento passivo, è necessario identificare correttamente quali situazioni specifiche provocano disagio e attivare dei percorsi di cambiamento sia cognitivi (ristrutturazione cognitiva) che comportamentali.
  • Il comportamento passivo consiste nel non avere la forza e capacità di reagire agli attacchi o ingiustizie. Non deve essere confuso con la tattica comportamentale consapevole. Decidere attivamente di non reagire o posticipare la reazione per raggiungere un obiettivo è una tattica. Non riuscire a reagire è invece una patologia.
  • La riflessività non è assolutamente sinonimo di passività. La passività è una condizione esistenziale che provoca malessere, una condizione di disagio, subìta e non desiderata. In questo senso la passività è una problematica comportamentale dalle ripercussioni negative sull’immagine di sé e sull’autostima, e persino sulla salute fisica.
  • Lo sviluppo assertivo può essere notevolmente accelerato tramite l’aiuto di un coach professionale, terapeuta o counselor, che aiuti il soggetto ad individuare esattamente le situazioni su cui agire e sbloccare i comportamenti desiderati.
  • Lo sviluppo assertivo inoltre non può essere conseguito tramite “iniezioni miracolistiche”, ma richiede la partecipazione attiva del soggetto, la definizione congiunta (tra cliente e counselor) di un percorso serio e di tappe intermedie praticabili.
  • Le tappe principali di un prototipo di intervento sulla leadership sono:
    • autoanalisi guidata dal counselor
    • rilevazione degli stati di insoddisfazione sui comportamenti attuali e pratiche di comunicazione
    • identificazione dei comportamenti desiderati e modelli di comunicazione desiderati
    • rilevazione dei blocchi psicologici che impediscono l’attuazione dei comportamenti e relazioni
    • ristrutturazione delle concezioni di sè e relazionali sottostanti i comportamenti e la comunicazione
    • fase di disapprendimento (unlearning comportamentale e comunicazionale)
    • test comportamentali di micro-cambiamento quotidiano delle interazioni e comportamenti comunicazionali
    • consolidamento dei cambiamenti
  • Ogni intervento professionale richiede comunque la presenza di counselor o coach esperti in grado di affiancare il destinatario e superare le criticità che emergono in ogni percorso di sviluppo personale.

Comunicazione assertiva: dirigere con rispetto degli altri e di sè

La comunicazione assertiva e lo sviluppo dell’assertività per la leadership

© Tutto il materiale citato in questo articolo è copyright Studio Trevisani, e non può essere utilizzato senza autorizzazione scritta.

Ogni manager si rapporta quotidianamente con colleghi e collaboratori. Durante questi momenti di interazione possono prevalere la passività, l’aggressività, o l’assertività.

Il comportamento assertivo ha la proprietà di saper mantenere i rapporti all’interno di confini di efficacia, evitando sia i momenti di passività inutile, che i comportamenti di aggressività gratuita e immotivata.

  • L’aggressività non è in genere positiva, ma vi sono situazioni in cui bisogna sapersi imporre, entro i limiti di un comportamento professionale.
  • Qualora predomini il comportamento aggressivo, è importante saper reindirizzare le energie verso comportamenti che provochino minori tensioni e frizioni nei rapporti interpersonali.
  • Qualora predomini il comportamento passivo, è necessario identificare correttamente quali situazioni specifiche provocano disagio e attivare dei percorsi di cambiamento sia cognitivi (ristrutturazione cognitiva) che comportamentali.
  • Il comportamento passivo consiste nel non avere la forza e capacità di reagire agli attacchi o ingiustizie. Non deve essere confuso con la tattica comportamentale consapevole. Decidere attivamente di non reagire o posticipare la reazione per raggiungere un obiettivo è una tattica. Non riuscire a reagire è invece una patologia.
  • La riflessività non è assolutamente sinonimo di passività. La passività è una condizione esistenziale che provoca malessere, una condizione di disagio, subìta e non desiderata. In questo senso la passività è una problematica comportamentale dalle ripercussioni negative sull’immagine di sé e sull’autostima, e persino sulla salute fisica.
  • Lo sviluppo assertivo può essere notevolmente accelerato tramite l’aiuto di un coach professionale, terapeuta o counselor, che aiuti il soggetto ad individuare esattamente le situazioni su cui agire e sbloccare i comportamenti desiderati.
  • Lo sviluppo assertivo inoltre non può essere conseguito tramite “iniezioni miracolistiche”, ma richiede la partecipazione attiva del soggetto, la definizione congiunta (tra cliente e counselor) di un percorso serio e di tappe intermedie praticabili.
  • Le tappe principali di un prototipo di intervento sulla leadership sono:
    • autoanalisi guidata dal counselor
    • rilevazione degli stati di insoddisfazione sui comportamenti attuali e pratiche di comunicazione
    • identificazione dei comportamenti desiderati e modelli di comunicazione desiderati
    • rilevazione dei blocchi psicologici che impediscono l’attuazione dei comportamenti e relazioni
    • ristrutturazione delle concezioni di sè e relazionali sottostanti i comportamenti e la comunicazione
    • fase di disapprendimento (unlearning comportamentale e comunicazionale)
    • test comportamentali di micro-cambiamento quotidiano delle interazioni e comportamenti comunicazionali
    • consolidamento dei cambiamenti
  • Ogni intervento professionale richiede comunque la presenza di counselor o coach esperti in grado di affiancare il destinatario e superare le criticità che emergono in ogni percorso di sviluppo personale.

Sessuologia e comunicazione (non solo clinica), tra Tantra, Educazione, Ipocrisia e Impresa

La sessuologia è un settore importante della psicologia, con un problema tuttavia, quello di essere soprattutto analizzata dal punto di vista clinico, con una concentrazione sulle patologie e non come territorio di espressione umana.
Ancora oggi, la concezione borghese dominante ci impedisce di parlare della sessualità con i gradi di libertà che servirebbero, e addirittura proibisce di considerarla territorio di sperimentazione del Potenziale Umano.
Ritengo invece che essa sia un importante territorio di ricerca per il Potenziale Umano, che ci permette di ragionare apertamente invece del lato culturale della Sessuologia, sul concetto di pulsione e di cultura, sui confini tra neuroscienze e comunicazione.
Ma ancora, potremmo investigare nuove aree di semiotica sperimentale che potrebbe analizzare i significati attribuiti alla “sensazione” opposta ad un atto meccanico, sulla corazza caratteriale, sui confini conversazionali che inibiscono una comunicazione corretta e aperta su questo tema, uno spazio di conversazione che non ha vero spazio nella coppia e nei media, al di fuori del gossip e della banalizzazione, e lasciano quest’area, sesso e sessualità, nella cloaca del gossip, nei territori della vergogna e del ridicolo, e dell’ipocrisia.
Come risultato, l’educazione sessuale vera degli adolescenti è lasciata a Youporn e ai video che si scambiano tra cellulari, e nella comunicazione di coppia la sessualità e l’esperienza della sessualità (anche in termini di analisi delle “sensazioni sentite” o Bodily Felt Sensations, usando come tecnica ad esempio il Focusing di Gendlin), è qualcosa di oscuro e considerato “roba strana” (se va bene, o ignorato).

Ricordo solo che per i suoi studi pionieristici sulle relazioni tra energie umane e liberazione sessuale, Reich è stato persino incarcerato (e morì in carcere nel 1957) perchè ritenuto indegno dalla comunità medica di praticare le sue analisi e terapie tra sviluppo ed inibizione delle energie psichice e sviluppo ed inibizione culturale della sessualità (negli anni ’30, ’40 e ’50 questo tema era decisamente d’avanguardia e contro ogni visione borghese. Lo è ancora).

Il confine di contatto scientifico tra comunicazione e sessuologia esiste, e trova concretezza negli studi sulla comunicazione seduttiva (in termini scientifici), nella comunicazione sentimentale, nella comunicazione nella coppia, nella comunicazione tattile, aptica (non verbale).

Sebbene non sia ancora del tutto lecito parlarne apertamente, questo ci permette ad esempio di analizzare la comunicazione uomo-donna e la qualità relazionale anche da angolazioni che sfuggono in genere alle Scienze della Comunicazione classiche e vengono relegate, appunto al solo piano clinico. Nessuna conclusione, del resto impossibile, ma solo l’apertura di un capitolo di discussione.

I territori di confine tra sessuologia “non clinica” e comunicazione esistono, eccome. Ad esempio, la strutturazione non convenzionale in 4 strati della psiche umana (Nucleo, Emozioni, Carattere, Agency), ci permette di utilizzare un  nuovo termine, lo “Stato di Agency”, anche parlando di comunicazione interpersonale.

Questa strutturazione proposta da Zadra nella sua analisi della sessuologia tantrica, individua lo stato di Agency come lo strato esterno della comunicazione falsa e mascherata, dell’immagine proiettata per appagare gli altri e che non risponde per niente a ciò che vorremmo veramente essere o dire. Potremmo chiederci, ad esempio, quante conversazioni in azienda avvengono in stato di Agency e quante invece in condizioni di comunicazione vera, sincera, trasparente. Come vediamo, i confini tra analisi non convenzionale della sessuologia e analisi della comunicazione esistono, su molti lati. Il più è smettere di lasciare questo tema nel territorio della repressione conversazionale.

Entrare in contatto da Nucleo a Nucleo è uno degli obiettivi di una sessuologia tantrica, e chiediamoci quando questo sarebbe importante, come metafora, anche per stimolare un contatto e una comunicazione più vera tra persone e in azienda.

E’ un tema inedito (lo stato di Agency, la scoperta della falsità inutile vs la cortesia utile, l’ipocrisia mascherata, il tentativo di contatto Nucleo-Nucelo) che – assimilato dalla sessuologia non convenzionale – inserisco molto spesso nei miei seminari aziendali di formazione manageriale (esempio, nei corsi di leadership, di comunicazione efficace, e altri) e trova sempre un enorme riscontro, provocando analisi e riflessioni importantissime, perchè risponde al bisogno delle persone di essere meno “costruite” e un più se stesse, andare al sodo dei problemi o dei progetti, uscire dall’ambiguità che distrugge, dai veleni delle ipocrisie, e ci parla del bisogno di esprimersi, anzichè di fingere.

Una bella citazione che non ci si aspetta in genere da un libro sulla sessualità, per concludere questa conversazione:

Sotto la corazza psichica del carattere, infatti, esiste la zona che ospita tutte le ferite emotive che abbiamo subìto, le parti di noi che neghiamo, quello che la nostra famiglia ha punito e la nostra educazione soffocato. È qui che risiede il nostro bambino interiore: innocente, spontaneo, curioso, ma anche emotivo, sensibile, vulnerabile. Qui nasce la nostra esigenza di contatto e di affetto, l’esigenza di sentirsi apprezzati e la voglia di esprimere liberamente gioia e tristezza.Lo scudo del carattere impedisce che questa parte “morbida” venga toccata dalle emozioni forti che potrebbero ferirci. Questa funzione difensiva, però, di fatto allontana e rende inaccessibili i momenti in cui potremmo sentirci completi, sinceri e in pace con noi stessi. In pratica, ci proibisce di avere un contatto intimo con una parte importante della nostra psiche. (Tantra, p. 54, ed Mondadori, di E. e M. Zadra)

Approfondimenti bibliografici

Volume “Il Potenziale Umano”, di Daniele Trevisani – vedi scheda disponibile su IBSIl potenziale umano. Metodi e tecniche di coaching e training per lo sviluppo delle performance

Volume “Tantra”, di Zedra E. e M., – vedi scheda disponibile su IBS

vedi anche:

De Marchi Luigi; Valenzi Vincenzo – Wilhelm Reich. Una formidabile avventura scientifica e umana


Lo Studio: Specialisti in, Management, Potenziale Umano, Business Education

Studio Trevisani Human Performance & Communication Research – Direttore dott. Daniele Trevisani, Fulbright Scholar, Master in Communication University of Florida (USA) – Corsi di Alta Formazione in Leadership, Comunicazione e Tecniche di Vendita

corsi di venditaformazione venditecorsi in tecniche di vendita e strategic sellingcorsi di formazione alla vendita e direzione venditecorsi di negoziazione, negoziazione strategica e interculturale

Alcune caratteristiche di Studio Trevisani nei Corsi di Alta Formazione in Comunicazione e Vendite

  • Disponibilità di un nostro Centro Studi e Training Center privato, attrezzato per sessioni d’aula, sessioni outdoor, coaching individuale e di gruppi
  • Capacità di operare in contesti delicati e compiti importanti, ad esempio abbiamo realizzato progetti e interventi in Barilla Lab nello sviluppo di nuovi concept formativi, in Lega Coop per il coaching di giovani manager, nell’Esercito Italiano nella formazione di ufficiali, con Siemens nella formazione manageriale, con Scuola Nazionale Coop per progetti innovativi, in Marazzi nella formazione vendite, per Frost & Sullivan (Londra) e Commax Consulting (Monaco di Baviera) nei training internazionali, e in 10 diverse Business Schools e programmi di alta formazione.

    Corso Comunicazione Esercito, libro di testo Il Potenziale Umano di Daniele Trevisani

  • Realizziamo coaching speciali, individualizzati, per Amministratori Delegati e Dirigenti di primarie aziende, integrando azioni sul piano lavorativo e personale con metodi nuovi, frutto delle nostre ricerche avanzate.

  • Supportiamo numerosi programmi di educazione sociale (anche in forma di volontariato, soprattutto destinate a bambini e adolescenti), formazione per il terzo settore, programmi di cooperazione internazionale, piani di sviluppo territoriale e pubblico, servizi di consulenziale e training per Associazioni Industriali e enti di promozione.

    Formazione aziendale personalizzata, Consulenza, Corsi Aziendali, Coaching, Sviluppo Risorse Umane e Ricerca sul Potenziale Umano

    • Impegno, energia e determinazione

    • Competenze ai massimi livelli nella formazione avanzata, diretta ad obiettivi, centrata su effetti da produrre (Effect Based Training)Convegno Barilla

    • Forte esperienza nella formazione multiculturale su gruppi manageriali di diverse nazioni e paesi, elevata competenza internazionale, formazione aziendale diretta in lingua inglese, anche in ambito multinazionale e interculturale. Concentrazione, nella conduzione di training, su tecniche diversificate, esperienziali, e di impatto elevato.

      Approfondimento sulle distintività dello Studio

      • Gestione di progetti speciali:  lo studio è fornitore e partner per progetti di formazione aziendale e consulenza dove sono richieste massima sensibilità, riservatezza e professionalità. Lo studio affianca le imprese nella formazione e training manageriale, nella progettazione di eventi formativi e master, nelle tecniche di formazione e nella formazione di formatori e coach.

      • Collabora con le aree risorse umane e formazione aziendale per lo sviluppo di progetti formativi, di strutture di primaria importanza, tra cui Siemens, Scuola Nazionale Coop, Barilla, Esercito Italiano – Centro di Eccellenza per le Comunicazioni Operative. E’ partner italiano di fiducia per i progetti formativi condotti da società di consulenza internazionali Frost & Sullivan (Londra), Commax Consulting (Monaco di Baviera).

      • Aree di formazione aziendale distintive: Lo studio è stato protagonista nell’introduzione in Italia di corsi sulla comunicazione interculturale aziendale, sulla metodologia scientifica per la comunicazione aziendale, sul coaching avanzato del potenziale umano e manageriale integrando discipline sportive e manageriali, e altre tecniche di frontiera.

      • Orientamento alla ricerca: gli interventi utilizzano tecniche proprietarie, prodotte autonomamente, frutto della nostra ricerca scientifica ed esperienza pratica.

      • Impostazione scientifica e approccio multidisciplinare: lo Studio Trevisani ha condotto lezioni e corsi in 9 diversi atenei, presso dipartimenti di Scienze della Comunicazione (Bologna), Ingegneria (Reggio Emilia), Psicologia (Bologna), Economia (Ferrara), Scienze Statistiche (Bologna), Scienze Umane (Ferrara), Centro di Studi Semiotici e Cognitivi, Dipartimento della Comunicazione (San Marino).

      • Esperienza professionale: sono state condotte attività di formazione e consulenza per oltre 120 aziende e organizzazioni, con oltre 25.000 ore di training all’attivo.

        • E’ oggi il protagonista indiscusso nella creazione di modelli innovativi di marketing, vendita e potenziale umano basati sulla ricerca, con 6 pubblicazioni su scala nazionale dal 2000, diversi dei quali veri e propri best-seller e ispiratori di giovani formatori, di venditori, di direttori marketing e vendite, e imprenditori.
        • Le conoscenze ed esperienze in possesso, di tipo sia nazionale che multinazionale, derivano da un approccio olistico, che unisce esperienza sul campo, ricerca scientifica, formazione e consulenza in oltre 120 aziende, con oltre 20.000 ore di esperienza formativa all’attivo.
      • Rete internazionale: lo Studio dispone di una rete partnership internazionali, per interventi di formazione aziendale internazionale e consulenza estesa a più nazioni.

        Daniele Trevisani in insegnamentoDaniele Trevisani in insegnamento

        Corsi di vendita attiva e Direzione Vendite

        Servizi ad alto valore aggiunto per la competitività:

        • corsi di vendita, programmi e progetti di formazione vendite e leadership nella vendita
        • workshop, seminari, e interventi di sensibilizzazione e formazione su reti di vendita e intere aziende
        • partecipazione a congressi, convention e meeting come esperti e keynote speakers
        • azioni di sviluppo e formazione di reti di vendite
        • affiancamento della Direzione nella transizione verso nuovi modelli di Organizzazione Vendite
        • Ristrutturazione Organizzativa e Consulenza Organizzativa
        • consulenza integrata (formazione e coaching) per lo sviluppo delle vendite, affiancamenti di formazione vendite concreti, sul campo..

        Studio Trevisani ha sviluppato un’esperienza ultra-ventennale nella formazione in area vendite, comunicazione e marketing.

        lavoro di gruppo in Scuola Coop

        Approfondimenti sui corsi di Vendita Attiva e Direzione Vendite realizzati dallo Studio:

        • Formazione Vendite Attiva: come lavoriamo
        • La Negoziazione
        • Corsi Vendita Base
        • Corsi Vendita Avanzati
        • Formazione Vendite di derivazione militare
        • Vendita Business to Business
        • Vendita In-Store
        • Corsi Direzione Vendite
        • Corsi avanzati di psicologia della vendita
        • DVO – Direzione Vendite per Obiettivi
        • Teatri di Azione
        • Tecniche di Controllo Vendite
        • Public Speaking – Comunicazione Efficace
        • Comunicazione ai team di vendita
        • Team Building e Vendita
        • Leadership di Vendita
        • Vendite Avanzate – Comunicazione Olistica
        • Come condurre i training
        • Comunicazione Persuasiva
        • Scienze per la Formazione Vendite
        • Consulenza Selezione Venditori
        • Corsi Vendite Outdoor
        • Formazione Formatori
        • Riflessioni sulla Formazione Vendite
        • Metodologie formazione vendite e comunicazione
        • Letture, autori di riferimento e autori da evitare

        Città principali nelle quali operano i consulenti e formatori autorizzati per i corsi di vendita realizzati dallo Studio:

        bologna bergamo bolzano brescia cesena ferrara firenze forlì genova la spezia livorno lucca mantova milano modena padova parma pesaro piacenza pistoia ravenna reggio emilia rimini roma rovigo siena trento treviso trieste venezia verona vicenza ancona

  • La Spirale del Silenzio, in Azienda e non solo

    Paura di pensare e senso di colpa nel pensare – la Spirale del Silenzio, in Azienda e non solo

    © Daniele TrevisaniStudio Trevisani Human Potential & Communication Research

    Le analisi riguardano spesso ciò che si dice, raramente ciò che non si dice.

    Ho incontrato il concetto di Spirale del Silenzio nei miei studi sulle comunicazioni di massa già negli anni ’80 (vedi nota per approfondimenti e bibliografia). Ngli anni ’90, nonostante due anni trascorsi negli USA per conseguire il Master in Mass Communication alla University of Florida, questo concetto era già stato rimosso dagli studi ufficiali in molte facoltà. Rimosso, sparito, annullato. Ancora oggi questo tema è oggetto di “censura”. Credo utile quindi dare un contributo con nuove idee e stimoli, per chi opera nelle Risorse Umane, nella Formazione, nella Pedagogia e nella Psicologia:

    La sintesi del meccanismo della Spirale del Silenzio (SDS): un’idea non conforme viene repressa, un pensiero che “non ci dovrebbe essere” viene negato, una frase che non è adeguata viene inghiottita, e piano piano avviene una epurazione progressiva di temi dal dibattito pubblico, dalle conversazioni quotidiane, e – all’ultimo stadio – dal pensiero stesso delle persone. Questo, sia in azienda che fuori.

    Tutto questo ricorda molto il film Matrix, con la differenza che questo fenomeno avviene, è reale, ed è scientificametne dimostrato. Il danno per le imprese è evidente: se ad essere rimossi o a non entrare sono concetti utili o addirittura fondamentali per il futuro aziendale, cosa succede?

    Se sopravvivono in azienda solo ruffiani e integrati, chi si prenderà la briga di dire con coraggio ad un Amministratore Delegato o alto dirigente che una sua strategia è sbagliata e può portare alla rovina dell’azienda stessa? Una impresa sana dovrebbe avere a fianco costantemente dei consulenti che cercano di immettere nuovi concetti utili (iniezione memetica), e localizzano i pensieri dominanti da mettere in discussione o quantomeno confutare (analisi memetica).

    Il problema riguarda l’opinione pubblica in generale,  l’economia, le aziende, il pensiero manageriale, e ogni singola famiglia, che si conforma purtroppo a mode, a trend manageriali del momento, o ai reality.

    In azienda – chi arriva da fuori lo vede subito – si pensa spesso con il paraocchi della cultura di direzione. In pratica, nelle aziende “si sente parlare” solo di un ristrettissimo ambito di temi, i temi conversazionali sono impoveriti, la vera innovazione non entra mai, espulsa costantemente dal meccanismo della SDS.

    Essere “sudditi psicologici” non significa tanto eseguire, ma soprattutto tacere, o meglio parlare solo nei confini degli argomenti e dei temi che sono “ammessi”, e non deviare mai dalle aspettative. Chi devia viene punito. L’inquisizione ne è un esempio storico.

    Le conseguenze dannose sono molto pratiche e concrete: ad esempio, in certe aziende, gli alti dirigenti diventano non più criticabili. Alcuni dirigenti finiscono per diventare intoccabili, anche quando il loro pensiero si fa confuso o delinquenziale, dannoso (vedi i casi di Enron, Parmalat, Coop Costruttori, e tanti altri crac prodotti soprattutto dalla impossibilità di criticare le scelte dirigenziali, indotta tramite sudditanza psicologica).

    Ma il problema non si limita all’azienda. In università se parli bene dei militari sei un fascista. Tra i militari americani se dici che pratichi yoga dicono che sei gay. Le cose si fanno di nascosto, poi non si fanno nemmeno più, non si dicono, o anzi, meglio, non si devono nemmeno pensare.

    Questa spirale del silenzio non è solo esterna e sociale, ma diventa anche un silenzio interiore: e non si tratta del il silenzio della quiete, ma un silenzio analogo al post-atomico, dove ogni cosa che “spuntava” o “emergeva” dal livello zero viene rasa al suolo.

    In questo mio percorso di ricerca sulla Spirale del Silenzio, ho condotto un’analisi estesa di ricerca dei pensieri repressi, tramite interviste in profondità ad un campione di 400 italiani, su una vasta categoria di casi, da manager a persone comuni, dai 18 ai 75 anni, in occasione di un progetto di ricerca ancora in corso. E’ opportuno iniziarne a divulgare i risultati.

    Vediamo alcuni esempi di pensieri e “ruminazione mentali” ad essa collegata, tratti da questa indagine:

    • Vorrei che ci fosse la pena di morte immediata per chi compie atti di abuso sessuale verso i bambini, o chi rapisce i bambini per fini sessuali. Ma verrò additato come un fanatico?
    • Vorrei dire che ogni tanto mi piace pregare, ma credo in una spiritualità tutta mia, non riconosco la figura del Papa ma credo in qualcosa. Allo stesso tempo mi piace pregare nella Chiesa e ammiro la figura di Cristo, non sono però veramente certo che sia esistito o che sia vero quello che ci dicono sulla sua vita e storia. Diranno che sono un anticattolico?
    • Vorrei che la gente smettesse di guardare la stupida tv commerciale e si dedicasse a letture che nutrono la mente. Penseranno che sono una vecchia rincoglionita?
    • Vorrei essere di destra ma la mia famiglia è di sinistra. Come faccio?
    • Vorrei essere di sinistra ma la mia famiglia è di destra. Cosa diranno?
    • Oddio, tutta la mia famiglia si aspetta da me che io sia il nuovo capitano dell’azienda, raccolta la tradizione del padre e del nonno, e la tramandi, ma io se potessi farei il cuoco, adoro cucinare. Sarà pazzia? Meglio tornare con i piedi per terra.
    • Provo disagio verso l’idea che il mio matrimonio possa diventare come quello dei miei genitori e me ne vergogno. Quindi taccio, taccio anche il pensiero stesso, gli metto un coperchio sopra. Come andranno le cose?
    • Vorrei dire che l’americano medio è molto stupido e ignorante culturalmente, diranno che sono un comunista?
    • Vorrei dire che Mussolini ha fatto anche cose buone per l’Italia, diranno che sono un fascista?
    • Vorrei dire che la sanità e il diritto di essere curati sono inviolabili, diranno che sono un comunista?
    • Credo che l’Università sia un covo di raccomandati, politicizzati, e di nepotismo, ma come faccio a dirlo, se lo scoprono mi cacciano subito!
    • Penso che Maometto sia stata una figura importante e che la cultura araba sia piena di poeti e intellettuali meravigliosi e poco conosciuti, credo che nella religione islamica ci siano tanti elementi culturalmente validi e insegnamenti interessanti, ma andrebbe ripulita da alcuni fondamentalismi. Diranno che sono un terrorista?
    • Penso in cuor mio che chi siano molti lati oscuri e strani negli attentati dell’11 settembre? Diranno che sono uno che si lascia suggestionare da teorie visionarie?
    • Penso che Osho, nel suo delirio mistico, non sia così delirante sempre, e abbia scritto anche cose veramente interessanti e alcuni dei suoi passaggi li condivido. Diranno che sono un fedele di Osho? Oddio, cosa penseranno di me?
    • Sono un intellettuale, di sinistra, e quindi non devo fare palestra, vero?
    • Sento che vorrei fare una settimana da solo di vacanza lontano dalla famiglia, non sono più un buon padre, vero?
    • Dico che Berlusconi è stato un genio della strategia moderna, sono un filoberlusconiano?
    • Vorrei che si ripristinassero i lavori forzati e chi va in galera invece di essere un costo produca denaro per la collettività, vorrei anche che da questi lavori uno uscisse con la schiena spezzata, poca voglia di tornarci, e magari avendo appreso anche un lavoro. Sono un nazifascista?
    • Penso che si paghino troppe tasse perchè abbiamo un sacco di raccomandati che non fanno un cazzo nella pubblica amministrazione e un sacco di imprese mantenute dallo Stato, sarei quasi favorevole a una forma di sciopero fiscale controllato, o altre forme di protesta civile, per mandare a casa tutti i fannulloni che ci sono in giro e fare posto a gente che abbia voglia di lavorare. Cosa sono?
    • Credo che le università siano assediate dagli intellettuali di sinistra che non hanno mai fatto un ora di lavoro vero nella vita, padroni baroni, che lottizzano e monopolizzano tutti i reparti, e fanno entrare solo i loro amici e le puttane, clan tribali in lotta tra di loro. Perchè non c’è mai una pagina web del tipo “assumiano professori con ottime capaciutà comunicative e volonta di ricerca” nelle pagine web delle università Italiane? Perchè si entra solo per concorsi di cui tutto è già deciso prima di farli? Si può dire o sono un populista
    • La TV è il sistema ufficiale con cui il sistema culturale consumista e capitalista lobotomizza i nostri adolescenti e li riconduce nel gregge dei bravi consumatori, che faranno le loro giuste rate per il prossimo abito firmato, telefono firmato, etc… sono un comunista?
    • Penso che la PNL (NLP) sia una enorme operazione di puro marketing, i suoi fondatori – specialmente Bandler – un montato incosciente, un soggetto deprecabile, assolutamente non meritevole di essere definto terapeuta – e che quello che funziona nella PNL sia rubacchiato (ops, meglio ispirato) concettualmente da altri testi e autori, in particolare dalla Psicosintesi dello psichiatra italiano Assagioli e dalla Psicocibernetica di Maltz, e ad altri autori vari. Credo che Robbins e suoi seguaci siamo nella stragrande maggioranza degli uomini di spettacolo e non si  possano e si debbano chiamare e far chiamare formatori, e che pensano alle persone come ad un gregge di clienti.
    • Credo che tanti psicoterapeuti non sappiano assolutamente fare terapia e facciano più danni che altro, mi fa schifo la terapia breve strategica, penso sia una grande puttanata, penso che chi ha la fortuna di trovare un bravo terapeuta sia forse 1 su 100, non importa che sia o meno iscritto ad un albo. L’albo non dice un cazzo, l’iscrizione all’albo non dice proprio niente, è solo carta. Ci sono dei baristi che sono più bravi.
    • Credo che i professori delle scuole dovrebbero passare ogni anno un check-up di capacità didattica e chi non è un buon insegnante (chi non conosce le tecniche della didattica e non sa comunicare) dovrebbe essere sbattuto fuori a calci, perchè fa danni. Sono un fascistone?
    • Credo che dalla scuola superiore dovrebbero essere sbattuti fuori gli studenti che non hanno voglia di studiare, non serve a niente l’obbligo scolastico. Sono un antipedagogista?
    • Credo che quello che credo adesso non sarà quello che credo quando saprò più cose su tutto quello che non so adesso, e che cambiare idea non sia reato. Son un malato di mente dissociato?
    • Credo che dovremmo instaurare un “obbligo sociale di pulizia dalla trasmissione transgenerazionale del disagio psichico” e istituire forme di counseling e terapia obbligatoria e generalizzata, soprattutto per alcune professioni. Sono un promotore dei Gulag?
    • Credo che quello che io credo ora sia il frutto di un sacco di manipolazioni informative cui sono stato sottoposto dalla nascita, volontariamente (da alcuni media, soprattutto la RAI, e dai libri di testo scolastici, quando ero piccolo sino all’adolescenza) e dalla famiglia (involontariamente), e che sia mio compito liberarmene il più possibile e acquisire informazioni dalle fonti più varie possibile, per capire il più possibile per conto mio. La responsabilità adesso è in mano mia, non posso più incolpare nessuno.

    Ve ne sono molti altri, che la mia spirale del silenzio personale mi impedisce di inserire, per paura di eccedere in trasparenza, in devianza, in sovraesposizione di quanto possano essere vasti e diversi dalla norma i pensieri umani.  In altre sedi si potrà fare.

    Desidero aggiungere qualche mia riflessione personale, associandomi a questo tipo di analisi e offrendomi come soggetto:

    • Dico che Obama ha vinto anche perchè non è veramente nero, ha una nonna bianca, e il viso leggermente più da mulatto che da nero, ed è anche un bell’uomo, un buon comunicatore, ha vinto sia per le sue idee che per il volto piacevole da “nero ma non troppo nero”… sono un antidemocratico?
    • Credo che si dovrebbero proibire i film del terrore, la loro produzione e distribuzione, applicare la censura verso materiali audio e video che innescano processi di degenerazione mentale e coltivano menti deboli verso il lato più distruttivo anzichè farli crescere. Voglio la censura, e forte, su molti media. Sono un fascista?
    • Vorrei che eroina, cocaina e altre droghe fossero prescrivibili su ricetta medica, per sradicare i business sottostanti, sono un figlio dei fiori, hippy, uno favorevole alle droghe?

    © Daniele TrevisaniStudio Trevisani Human Potential & Communication Research

    ___Nota di approfondimento e bibliografia. Fonte Wikipedia

    La teoria della spirale del silenzio venne sviluppata negli anni 1970 da Elisabeth Noelle-Neumann. Questa afferma che i media, ma soprattutto la televisione, possono avere un notevole effetto di persuasione sui riceventi e quindi più in generale sull’opinione pubblica.

    Questa teoria ebbe una notevole importanza nella scienza della comunicazione per la rinascita del dibattito sui poteri di persuasioni forti dei mezzi di comunicazione, in contrasto con la scuola di pensiero di un effetto debole dei mass media sul pubblico.

    Definizione

    La tesi centrale della spirale del silenzio è la seguente: il costante, contemporaneo, ridondante e contorto afflusso di notizie da parte dei media può col passare del tempo causare un’incapacità nel pubblico di selezionare e comprendere i processi di percezione e di influenza dei media; in questo modo verrebbe a formarsi la cosiddetta spirale del silenzio.

    In questa situazione la persona singola ha il timore costante di essere una minoranza rispetto all’opinione pubblica generale. Per non rimanere isolata, la persona anche se con un’idea diversa rispetto alla massa non la mostra e cerca di conformarsi con il resto dell’opinione generale.

    Nella sua ricerca, Noelle-Neumann ha dimostrato che le persone posseggono una specie di senso statistico innato, grazie al quale riescono a capire quale è l’opinione della massa e in questo modo a conformarsi con quella dominante.

    I mezzi di comunicazione di massa non fanno emergere da soli la spirale del silenzio (in quanto fenomeni simili sono stati riscontrati anche in società dove non esistono i mass media) ma accentuano la paura dell’isolamento nell’uomo e quindi il processo di adattamento all’opinione generale.

    Bibliografia

    • Noelle-Neumann, Elisabeth, La spirale del silenzio – Per una teoria dell’opinione pubblica. 2002 Meltemi Editore


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  • Blog sul Potenziale Umano
  • Studiotrevisani’s Weblog: Blog di psicologia e comunicazione, management
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